La poetessa Gaia Baracetti racconta

La poetessa e scrittrice Gaia Baracetti, con cui abbiamo lanciato la linea eco dei braccialetti poetici, racconta l'incontro con il prato su cui presto pianterà nuovi alberi, anche grazie al vostro contributo. Con l'acquisto di un braccialetto accompagnato da una delle poesie di Gaia, infatti, parte del ricavato viene investito per piantare nuovi alberi in Friuli Venezia Giulia.


Tempo fa, anni ormai, ero ospite di un'amica inglese nel sud dell'Inghilterra, a Hove, sul mare; la mia amica è una storica di formazione. A casa sua avevo trovato e sfogliato un libro sulla storia inglese, per noi poco nota; vicende avvincenti e deprimenti di conquiste riuscite e resistenze fallite, famose casate e lotte dinastiche.

"Non ti sembra strano", le avevo chiesto mettendo giù il libro, "che si possa ereditare un regno?"

"Mi sembra strano", aveva risposto, "che si possa ereditare la terra."


Ci ho pensato parecchio. Che strana istituzione l'eredità! Ci si trova, senza sforzo né merito, a possedere qualcosa, alle volte che si conosce e si ama, altre volte di cui si ignora persino l'esistenza. Per una sequenza causale di avvenimenti e formalità, si entra in possesso all'improvviso di qualcosa che tanti altri vorrebbero - e poi se ne dispone a proprio piacimento. E ancor più dell'eredità, forse, è strano questo, il disporre, la conseguenza dell'idea che noi umani, per lo meno in questa società, abbiamo di possesso. Il possesso umano della terra è totale; e anche quando non lo è, resta comunque un affare tra noi e altri esseri umani, ad esclusione di tutto il resto: le creature viventi, e le rocce, le alture e fiumi, non hanno nessuna voce in capitolo. Eppure, abitano anche loro quello stesso spazio, non vorremo mica farli fuori tutti... ma li vediamo come intrusi. Al massimo, permettiamo loro di essere nostri ospiti. La vita, che esiste da centinaia di milioni di anni, diventa per la legge umana, che esiste da infinitamente meno, una nostra gentile concessione. O distrazione.


Mi pare che questo atteggiamento sia esclusivamente umano. Certo, ci sono molti animali territoriali, anche piante che impediscono ad altre piante di crescere, ognuno difende come può la propria sopravvivenza, tutti modificano il proprio ambiente, ma nessuna specie si avvicina a un'idea di possesso così totale, un'idea per cui, una volta che si è decretato che un terreno è tuo, puoi farne ciò che vuoi, compatibilmente con un piano regolatore o delle leggi - se queste lo consentono, puoi cancellare da questo terreno ogni forma di vita - le piante, gli insetti che di esse si cibano e gli uccelli, i rettili e gli anfibi che si cibano di loro, i mammiferi, chi passa, chi resta, persino l'infinita, sconosciuta vita del suolo, fatta di creaturine minuscole, numerosissime, varie e assolutamente indispensabili. Che tu sia contadino, costruttore, o semplice cittadino, disponi di fatto di una licenza di uccidere. La tua impunità è totale. Nessuno ti indagherà per quello che farai fuori, a meno che non goda di un'eccezionale protezione ad hoc; pochissimi se ne accorgeranno addirittura. Puoi arare o asfaltare o cementificare, e distruggere in un colpo solo tutto: i funghi e le loro grandi reti invisibili, i microbi che creano nutrimento per tutto ciò che vive, gli insetti, i lombrichi, i ragni, le farfalle, puoi persino alterare gli elementi... non solo: lo fai perché lo puoi fare ma senza sapere cosa stai facendo. Nella nostra specie, per quanto grande sia la conoscenza, questa sembra essere sempre inferiore alla potenza.


Il paradosso è che, data questa potenza, anche chi vuole proteggere un terreno, o riportarlo alla vita, deve prima possederlo, sottostando alla logica di dominio assoluto. Deve trovare i soldi, fare le carte, obbedire alle leggi, quelle scritte e quelle non scritte. Più di una volta ho dovuto rendere conto dell'incolto a cui avevo permesso di esistere, davanti a vicini dai saldi valori contadini innoriditi per le erbacce, il disordine, chissà quali animali disgustosi che si annidano in cataste di legna, erba alta, rovi. Quante ne ho sentite! Quante minacce, rimproveri e imbarazzo. Dove io vedo vita, la vedo proprio, con i miei occhi, ha una forma e un colore, guarda, un ramarro!, quasi tutti gli altri vedono sporcizia e pericolo. "Pulito" significa falciato, diserbato, abbassato, visibile, domato. La natura è "sporca". Provate a vivere in campagna o in montagna e ve ne renderete conto. Ma cantano gli uccelli! Ma volano le farfalle! Ma sbocciano i fiori e le api e i bombi ne succhiano il nettare!

Che schifo, vi diranno. Pulisci!


Più un terreno ha bisogno di essere rinaturalizzato, più deserto gli umani hanno creato su di lui, più costa e più è difficile liberarlo. Ci siamo presi per primi i terreni più fertili e sono quelli che non vogliamo mollare. Con otto miliardi di esseri umani da sfamare, vi sembra il caso di lasciarci giocare i leprotti?


Ho comprato questo terreno che vedete in foto. Probabilmente, non vedete niente. Non si può vedere quasi nulla dalla foto, che non è un granché, ma sarebbe uguale se fosse bella; siamo molto più abituati ad associare la natura selvaggia o spettacolare a un bosco o a una montagna che a un banale prato. Il prato, poi, dalle nostre parti, non è neanche del tutto naturale, dato che si mantiene con il pascolo e lo sfalcio. Questo è un discorso troppo complesso e lo accenno soltanto. Un prato è comunque infinitamente più vivo e vario di un campo, soprattutto di una monocoltura.


Un po' dopo l'acquisto, sono andata a vedere il "mio" prato e subito mi sono sentita in colpa, perché ci saltava una lepre, e io non voglio mandarla via, però, come tutti e come lei, devo anche vivere della terra. Era splendido, ero così contenta di essere lì! C'erano piante di papavero grandi come rosai, cicorie che sembravano torri, succosi tarassaci e i piccoli trifogli come indizi forensici (resistono meglio degli altri al calpestìo, per cui è laggiù che dev'essere passato il vicino!). C'erano tracce di colture passate che avevano lasciato cadere i propri semi, non autorizzate, e molte altre piante di cui ancora non so nemmeno il nome.

C'erano fiori rosa, gialli, viola, rossi, erbe verde chiaro, verde scuro, verde argento, il castano color caffè, caffè asciutto, della terra. E poi c'era, preciso come fatto con un enorme compasso, un quarto di cerchio falciato per far girare un trattore. Chi si è permesso, ho pensato, sul mio prato?


Ho promesso che pianterò alberi, e ho già iniziato a farlo, ma non sottovalutate questo prato. Dò per scontato che non lo odiate come lo odiano i vecchi contadini, perché è comunque meglio di un campo di mais; ma non sottovalutatelo. Ben gestito, un pascolo può assorbire CO2 e contribuire a mitigare il cambiamento climatico. In un prato, mantenuto tale o dallo sfalcio o dalle bocche degli erbivori, vivono farfalle e uccelli, passano caprioli e volpi, crescono piccoli fiori striscianti ed erbe alte come uomini. Gli alberelli che ho piantato, tanto alta era l'erba, scomparivano quasi subito.


Se non l'avessi comprato io, probabilmente l'avrebbe preso qualcuno che poi l'avrebbe arato e coltivato come quelli vicini, provocando ossidazione, compattamento ed erosione del terreno. Spero che con me sia in buone mani; non vorrei avere tutto questo potere, ma neanche essere impotente.



Se siete interessati ad acquistare una eco confezione dei braccialetti poetici, accompagnata da una delle poesie di Gaia, potete contattarci tramite i nostri canali social @shopmisia oppure all'indirizzo shopmisia@gmail.com


Per maggiori informazioni, potete guardare questo video dal minuto 1:55.


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